NEWS GIURIDICHE

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 ALIENAZIONE DI BENI OGGETTO DI INSTITUTIO EX RE CERTA

CASSAZIONE CIVILE, SEZ. VI, 17/03/2017 (UD. 22/02/2017, DEP. 17/03/2017), N. 6972


IL CASO

Tizio, in seguito alla dipartita della madre, citava in giudizio suo fratello Sempronio al fine di ottenere lo scioglimento della comunione ereditaria e la condanna di quest’ultimo alla resa dei conti relativa ai beni comuni caduti in successione.
Nella comparsa di costituzione Sempronio specificava che, in realtà, la successione era regolata da testamento pubblico della de cuius.
Il primo grado di giudizio si concludeva con sentenza del Tribunale di Trieste, che condannava Tizio al pagamento di una somma volta ad azzerare le perequazioni di valore delle due quote ereditarie e ripartiva i beni caduti in successione e quelli oggetto di collazione secondo il progetto di divisione redatto da CTU.
Veniva proposto appello principale da Sempronio ed incidentale da Tizio e, all’esito del giudizio, veniva accolto quest’ultimo con conseguente condanna di Sempronio al pagamento di una somma a titolo di conguaglio.
In particolare, il Giudice di appello rilevava che un immobile, di cui la genitrice aveva disposto mortis causa in favore di Sempronio, non facesse più parte del relictum in quanto oggetto di successiva donazione, sempre in favore dello stesso; pertanto, la fuoriuscita del bene dal patrimonio ereditario implicava l’impossibilità logica che l'attribuzione contenuta nel testamento potesse valere come assegnazione in favore di Sempronio della qualità di erede universale.
Sempronio propone ricorso per Cassazione e Tizio resiste con controricorso.

Per comprendere appieno il nuovo orientamento della Suprema Corte è necessaria una concisa disamina dell’istituto coinvolto: l’institutio ex re certa.
L’art. 588 c.c. ha una portata innovativa, giacché introduce nel nostro sistema giuridico due criteri di riferimento per comprendere se la disposizione testamentaria debba essere ricostruita in termini di legato o di istituzione ereditaria. Il primo comma enuncia il criterio oggettivo, che fonda la suddetta distinzione sulla base dell’entità dell’oggetto della disposizione; il secondo comma, invece, affianca al primo il criterio soggettivo che valorizza la mens testantis: se l’intenzione del testatore, nonostante l’attribuzione di bene determinato, è quello di assegnare una porzione del patrimonio, la disposizione dovrà essere intesa quale istituzione ereditaria.
Con l’introduzione di questo criterio, il legislatore del 1942 ha posto fine alla querelle in merito alla possibilità di esprimere la quota ereditaria non solo mediante frazioni numeriche, ma anche considerando il rapporto tra il valore di uno o più beni specifici e il valore dell’intero patrimonio del de cuius. In questo la peculiarità dell’institutio ex re certa: il calcolo della quota avverrà solo ex post, raffrontando la singola assegnazione con il patrimonio tenuto presente dal testatore al momento del lascito.
Dovrà, pertanto, essere condotta un’analisi di carattere oggettivo e soggettivo da parte del Giudice di merito, non censurabile in sede di legittimità se congruamente motivata.

Rebus sic stantibus, dubbi interpretativi sussistevano circa la sorte dell’institutio ex re certa nel caso in cui il testatore avesse alienato i beni attribuiti al beneficiario con precedente testamento.
Secondo alcuni autori non può trovare applicazione analogica l’art. 686 c.c. - poiché norma di carattere eccezionale per le sole disposizioni mortis causa a titolo particolare – che importa la revoca implicita del legato in caso di alienazione successiva della cosa legata o di parte di essa, addirittura anche allorquando l’alienazione sia annullabile o la cosa torni nella titolarità del testatore. Da ciò, coerentemente, ne consegue che l’erede istituito resta tale anche in caso di fuoriuscita dal patrimonio del bene attribuito e la sua quota verrà sempre determinata sulla base del rapporto tra il valore dei beni che gli erano stati assegnati e l’intero patrimonio al tempo della redazione del testamento.
Altra parte della dottrina contesta l’eccezionalità della norma e ritiene che l’art. 686 c.c. sia suscettibile di applicazione analogica, discendendo da ciò la revoca dell’istituzione ereditaria in caso di trasferimento successivo del bene.

Con la sentenza in commento, la Corte di legittimità ha considerato entrambi gli orientamenti suddetti, elaborando una terza posizione, intermedia rispetto alle precedenti, seguendo un iter logico inedito.
Partendo dall'assunto esposto dal Giudice di merito, il Collegio riconosce che oggetto primario della disposizione ex art. 588, 2° comma, c.c. sia il bene specifico e soltanto di riflesso la quota, che verrà calcolata ex post. 
Sic et simpliciter i Giudici di legittimità, pur confermando la non applicabilità analogica dell’art. 686 c.c. alla fattispecie in esame, pervengono alla conclusione che l'alienazione successiva del bene attribuito implica la revoca dell’istituzione di erede o l'attribuzione di una quota maggiore rispetto a quella assegnata in favore di altro coerede, qualora l’assetto tenuto presente dal de cuius sia del tutto stravolto dalla fuoriuscita del bene. Ciò proprio in virtù del meccanismo di cui dell'art. 588, 2° comma, c.c. e dell’eventuale operatività della vis expansiva.
Al momento della disposizione testamentaria, infatti, il testatore intendeva istituire l’erede nella quota ereditaria – da calcolare al momento dell’apertura della successione - , avendo a riferimento un determinato assetto del patrimonio; se quest’ultimo muta per la stessa volontà del testatore, nessun valore potrebbe dunque attribuirsi a tale disposizione testamentaria una volta apertasi la sua successione.
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